“Non si tratta (più)”, l’editoriale di Marco Travaglio

Se qualcuno gli avesse detto che “con i terroristi non si tratta”, Ariel Sharon, che era Sharon, si sarebbe messo a ridere. Magari di nascosto, perché in pubblico l’aveva ripetuto mille volte anche lui, ma si sarebbe scompisciato. Lui, il più duro e anche feroce condottiero e politico d’Israele, con i terroristi aveva spesso trattato. Prima sottobanco, con il divide et impera per mettere i laici dell’Olp contro i fondamentalisti di Hamas, aiutando ora gli uni ora gli altri (nel 1982, padrone di Beirut, salvò Arafat dal cecchino israeliano che l’aveva già nel mirino; nel 2002 lo assediò per mesi a Ramallah fino a segnarne la fine politica). Poi alla luce del sole, quando il suo governo negoziò più volte con Hamas per scambiare prigionieri israeliani con detenuti palestinesi. Non per bontà d’animo: per pragmatismo. Sharon sapeva bene che, per motivi demografici, il sogno della Grande Israele avrebbe trasformato lo Stato ebraico in nazione araba. E che Hamas è così radicata nella società palestinese da rendere utopistica l’idea di sconfiggerla sul campo. Dunque, a costo di lasciare il suo Likud (destra) e fondare Kadima (centro), ritirò le truppe da Gaza con tutti gli insediamenti e preparava il bis in Cisgiordania quando lo colse l’ictus. Sapeva bene che un conto era Hamas, un conto erano le Br e la Baader Meinhof: quelle rappresentavano lo zero virgola delle popolazioni italiana e tedesca, mentre Hamas a Gaza rappresenta più gente di quanta ne rappresenti il governo Renzi in Italia. Se un popolo sceglie di farsi guidare da un’organizzazione (anche) terroristica, si possono deplorare i suoi gusti, non imporgli dall’esterno il governo che preferiamo noi: quando ci abbiamo provato, coi regimi fantoccio in Afghanistan e in Iraq, sappiamo com’è finita. Quindi Sharon sapeva benissimo che un giorno avrebbe dovuto sedersi al tavolo con Hamas: meglio che coi residuati bellici dell’Olp tipo Abu Mazen, impopolari per corruzioni e stili di vita. Un’eventuale pace con Hamas sarebbe stata rispettata dai palestinesi. Con Abu Mazen, no.
La pace si firma col nemico, e il nemico uno non se lo può scegliere. In ogni caso anche Arafat era stato un terrorista. Così come Begin, capo dell’Irgun negli anni 40. Poi sia Begin sia Arafat ebbero il Nobel per la pace. E così pure Mandela, che nel Sudafrica degli anni 50-60 praticò il terrorismo contro il regime bianco dell’apartheid, poi firmò la pace col nemico storico De Klerk. Un proverbio inglese dice: “Se ti metti a tavola col diavolo devi munirti di un cucchiaio molto lungo”, per non avvicinarti troppo e non bruciarti. Quindi la questione non è se trattare, ma quando e in quali condizioni trattare. Lo sanno tutti, anche chi finge di indignarsi se il Di Battista di turno parla di “dialogare”con chi usa il terrore per combattere le sue guerre, giuste o sbagliate. O spiega l’oceanico consenso dei jihadisti come effetto collaterale delle politiche dell’Occidente: le guerre del petrolio travestite da esportazione della democrazia, i raid dei droni, le torture di Abu Ghraib e le detenzioni illegali a Guantanamo. Proprio in questi giorni la desecretazione di vecchi dossier ha portato alla luce il patto segreto siglato dai governi italiani con Arafat: l’Italia chiudeva un occhio sui traffici d’armi per l’Olp e questa risparmiava l’Italia da attentati (quasi sempre, vedi la bomba alla sinagoga di Roma e il sequestro dell’Achille Lauro). Era la politica di Andreotti e Craxi, i cui vedovi inconsolabili siedono ancora in Parlamento e nei giornali e fanno gli ipocriti. Elogiano Sigonella come eroica difesa della sovranità nazionale, mentre fu una sconcezza che sottrasse alla giustizia il terrorista assassino Abu Abbas. Si scordano la linea trattativista del Psi per Moro. E dimenticano gli sbaciucchiamenti di Andreotti e Berlusconi con Gheddafi. “Con i terroristi non si tratta”. E cos’ha fatto il governo B. pagando riscatti su riscatti ai tagliagole jihadisti che rapivano italiani? I nostri politici hanno sempre trattato. Anche con la camorra per Cirillo e De Martino jr. Anche con la mafia che uccideva Falcone e Borsellino e faceva stragi a Firenze, Milano e Roma. Verrebbe da domandare chi credono di prendere in giro, se non fosse che ci riescono benissimo.
Foto: Non si tratta (più) di Marco Travaglio<br /><br /><br />
da il Fatto Quotidiano del 23 agosto 2014</p><br /><br />
<p>Se qualcuno gli avesse detto che “con i terroristi non si tratta”, Ariel Sharon, che era Sharon, si sarebbe messo a ridere. Magari di nascosto, perché in pubblico l’aveva ripetuto mille volte anche lui, ma si sarebbe scompisciato. Lui, il più duro e anche feroce condottiero e politico d’Israele, con i terroristi aveva spesso trattato. Prima sottobanco, con il divide et impera per mettere i laici dell’Olp contro i fondamentalisti di Hamas, aiutando ora gli uni ora gli altri (nel 1982, padrone di Beirut, salvò Arafat dal cecchino israeliano che l’aveva già nel mirino; nel 2002 lo assediò per mesi a Ramallah fino a segnarne la fine politica). Poi alla luce del sole, quando il suo governo negoziò più volte con Hamas per scambiare prigionieri israeliani con detenuti palestinesi. Non per bontà d’animo: per pragmatismo. Sharon sapeva bene che, per motivi demografici,  il sogno della Grande Israele avrebbe trasformato lo Stato ebraico in nazione araba. E che Hamas è così radicata nella società palestinese da rendere utopistica l’idea di sconfiggerla sul campo. Dunque, a costo di lasciare il suo Likud (destra) e fondare Kadima (centro), ritirò le truppe da Gaza con tutti gli insediamenti e preparava il bis in Cisgiordania quando lo colse l’ictus. Sapeva bene che un conto era Hamas, un conto erano le Br e la Baader Meinhof: quelle rappresentavano lo zero virgola delle popolazioni italiana e tedesca, mentre Hamas a Gaza rappresenta più gente di quanta ne rappresenti il governo Renzi in Italia. Se un popolo sceglie di farsi guidare da un’organizzazione (anche) terroristica, si possono deplorare i suoi gusti, non imporgli dall’esterno il governo che preferiamo noi: quando ci abbiamo provato, coi regimi fantoccio in Afghanistan e in Iraq, sappiamo com’è finita. Quindi Sharon sapeva benissimo che un giorno avrebbe dovuto sedersi al tavolo con Hamas: meglio che coi residuati bellici dell’Olp tipo Abu Mazen, impopolari per corruzioni e stili di vita. Un’eventuale pace con Hamas sarebbe stata rispettata dai palestinesi. Con Abu Mazen, no.<br /><br /><br />
La pace si firma col nemico, e il nemico uno non se lo può scegliere. In ogni caso anche Arafat era stato un terrorista. Così come Begin, capo dell’Irgun negli anni 40. Poi sia Begin sia Arafat ebbero il Nobel per la pace. E così pure Mandela, che nel Sudafrica degli anni 50-60 praticò il terrorismo contro il regime bianco dell’apartheid, poi firmò la pace col nemico storico De Klerk. Un proverbio inglese dice: “Se ti metti a tavola col diavolo devi munirti di un cucchiaio molto lungo”, per non avvicinarti troppo e non bruciarti. Quindi la questione non è se trattare, ma quando e in quali condizioni trattare. Lo sanno tutti, anche chi finge di indignarsi se il Di Battista di turno parla di “dialogare”con chi usa il terrore per combattere le sue guerre, giuste o sbagliate. O spiega l’oceanico consenso dei jihadisti come effetto collaterale delle politiche dell’Occidente: le guerre del petrolio travestite da esportazione della democrazia, i raid dei droni, le torture di Abu Ghraib e le detenzioni illegali a Guantanamo. Proprio in questi giorni la desecretazione di vecchi dossier ha portato alla luce il patto segreto siglato dai governi italiani con Arafat: l’Italia chiudeva un occhio sui traffici d’armi per l’Olp e questa risparmiava l’Italia da attentati (quasi sempre, vedi la bomba alla sinagoga di Roma e il sequestro dell’Achille Lauro). Era la politica di Andreotti e Craxi, i cui vedovi inconsolabili siedono ancora in Parlamento e nei giornali e fanno gli ipocriti. Elogiano Sigonella come eroica difesa della sovranità nazionale, mentre fu una sconcezza che sottrasse alla giustizia il terrorista assassino Abu Abbas. Si scordano la linea trattativista del Psi per Moro. E dimenticano gli sbaciucchiamenti di Andreotti e Berlusconi con Gheddafi. “Con i terroristi non si tratta”. E cos’ha fatto il governo B. pagando riscatti su riscatti ai tagliagole jihadisti che rapivano italiani? I nostri politici hanno sempre trattato. Anche con la camorra per Cirillo e De Martino jr. Anche con la mafia che uccideva Falcone e Borsellino e faceva stragi a Firenze, Milano e Roma. Verrebbe da domandare chi credono di prendere in giro, se non fosse che ci riescono benissimo.

 

editoriale di Marco Travaglio

pubblicato sul Fatto Quotidiano di oggi 23 agosto

.Il titolo è: “Non si tratta (più)”.

fomte Tutti con Marco Travaglio

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