Mentana su vittoria Frau Merkel “Siamo noi che con Prodi, Berlusconi, Monti o Letta non riusciamo a farci valere”

Enrico Mentana

Frau Merkel non assomiglia certo a Biancaneve, se non per il fatto ormai evidente che tutti quelli che le stanno intorno, politici tedeschi ed europei, al suo confronto sono dei nani. Conservatori, popolari, progressisti e di sinistra, ma sempre nani.

Oggi più che mai il nostro mondo è guidato da una donna. Fa gli interessi della Germania? E di chi li dovrebbe fare? Sono i tedeschi che la votano. Siamo noi che – con Prodi, Berlusconi, Monti o Letta – non riusciamo a farci valere. L’attuale premier solo due settimane fa, al G20 in Russia, esultava: “L’Italia non è più dietro la lavagna”. Ma rischia di tornarci.

E ancora:

Insegna qualcosa anche alla disastrata Italia il trionfo di Angela Merkel in Germania? Certo, perché lì si vede quanto vale una leadership percepita al di là delle faziosità di parte. E anche perché la Cancelliera si è conquistata il peso che ha in Europa con la sua capacità di farsi ascoltare, di convincere, di concertare, di decidere. Tutto quello che l’Italia non è mai riuscita a fare in questi anni dolenti, pur vantando la terza economia e la seconda industria del continente. Senza leadership vera, senza capacità di farsi ascoltare non si va da nessuna parte. Ma c’è ovviamente qualcosa di più profondo. Paragoniamo la campagna elettorale appena conclusa in Germania con quella di febbraio da noi: confronto impietoso ma utile. In Italia lo scontro era tra “Smacchiamo il giaguaro” e “Restituiamo l’Imu”, e ho detto tutto. Tra i tedeschi lo scontro è avvenuto sul salario minimo garantito, sulle pensioni sociali, sul minijob (se non sapete cos’è aspettate poche righe). Insomma su temi che non riguardano solo la politica, ma come far funzionare meglio una società e un’economia che già sono in testa alle classifiche continentali. Perché in Germania la disoccupazione è al 5,4%, mentre da noi è al 12,1, e i giovani senza lavoro sono solo il 7,5, contro il39,1 dell’Italia. Dati così divergenti da farci chiedere perché non si studia il modello tedesco, in cui l’età pensionabile è a 67 anni ma le rappresentanze dei lavoratori hanno diritto a posti nei consigli di amministrazione delle aziende grandi e piccole. Il miracolo tedesco poggia anche sui minijob, voluti dieci anni fa dal cancelliere socialdemocratico Schroeder. Attualmente sono quasi 7 milioni e mezzo i contratti di questo tipo, con un massimo di 450 euro al mese. Piccoli lavori sottopagati, ma con un accantonamento previdenziale e un inquadramento ineludibile. Quei 450 euro massimi sono l’unico reddito per due terzi dei lavoratori a minijob: ma intanto così si è tolto terreno alla disoccupazione, anche se la migrazione dai minijob ai posti di lavoro pieni è modesta. Nel nostro paese opulento e appassito, dove ci eravamo inventati per i giovani il mito della “generazione mille euro” forse un uomo di governo che proponesse i minijob alla tedesca verrebbe trattato da partiti e giornali come un provocatore pezzente. Ma in Germania ha funzionato, così come il reddito minimo orario (fissato basso in generale, a 7.89 euro, e poi innalzato categoria per categoria, secondo anche l’accordo tra le parti). Di queste cose si è parlato nella campagna elettorale tedesca. Negli stessi giorni un paese senza capo nè coda come il nostro si arrovellava su come rinviare l’Imu, evitare l’aumento di un punto dell’Iva, accantonare i fondi per cassa integrazione in deroga e esodati, e per di più pagare il debito della Pubblica Amministrazione con le aziende private. Una quadratura del cerchio che tutti sapevano impossibile, a meno di non trovare il petrolio sotto Palazzo Chigi. Invece si è fatto finta di avercela fatta, di esserci riusciti quadrando anche il cerchio degli obblighi europei, col famoso parametro di Maastricht del 3% nel rapporto tra deficit e Pil. Addirittura al vertice del G20 a San Pietroburgo, non sei mesi fa ma il 7 di settembre, Enrico Letta vantava il fatto di essere il premier di un paese non più costretto agli esami di riparazione, osservato speciale dalla comunità internazionale, ed esultava così: “L’Italia non è più dietro la lavagna”. Sappiamo come sta andando in questi giorni, a offuscare quel prematuro entusiasmo. La coperta è troppo corta e il mitico 3% rischia di sfuggirci. In compenso i due italiani su tre che possiedono una casa hanno risparmiato in media 250 euro. Ma in questo paese nessuno si è domandato se davvero l’abolizione della rata Imu sulle prime case fosse la priorità delle priorità, al di là di essere il cardine del programma elettorale di una delle forze “alleate” nell’attuale maggioranza di governo? Domanda non retorica, anche se sono certo di quale sarebbe la risposta di una Frau Merkel italiana. Ma purtroppo non c’è.
(scritto per Vanity Fair)

– Enrico Mentana –

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